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I marmi di Mercurio, 2006

Sabato 14 ottobre si è inaugurata la mostra dedicata alle iscrizioni latine ritrovate a Sant’Eufemia e intitolata I marmi di Mercurio.

Nel corso degli scavi per la realizzazione di diverse opere pubbliche, realizzati a Sant’Eufemia a più riprese negli scorsi decenni, affiorarono e furono diversamente collocate e catalogate numerose lapidi romane.
La variegata attuale collocazione (alcune giacciono presso i Musei Civici di Brescia, altre presso gli archivi del Castello Sforzesco di Milano, altre ancora presso altre istituzioni) ne rende praticamente impossibile la fruizione da parte di un vasto pubblico.

Negli anni scorsi, gli amici Battista Bonometti e Piero Zizioli hanno raccolto una vasta documentazione sulle stesse lapidi, realizzando una mostra con più di 24 pannelli, per portare a conoscenza del pubblico anche non specialista la consistenza e l’importanza di questo patrimonio.

La Mostra è stata inaugurata alla presenza del prof. Pierfabio Panazza, cui si deve anche la scrittura di un utile Nota introduttiva, riportata a fondo pagina.

La mostra è concepita come “didattica e itinerante”; è pertanto a disposizione delle scuole o delle istituzioni interessate. Le richieste possono essere inviate all'indirizzo:

mostra_lapidi_romane_2006 

«Quando una scoperta archeologica può annoverare fra gli antichi manufatti anche un oggetto o un elemento lapideo che reca un’iscrizione è come se le pagine della storia appena messe in luce parlassero a tutti noi in modo ancora più immediato e diretto.  Certo, il più delle volte il linguaggio è oscuro, i messaggi che ci vengono proposti necessitano di essere decifrati e ricodificati in espressioni più moderne e comprensibili; tuttavia, ciò non toglie che l’immediatezza comunicativa della parola scritta, anche se in una lingua ormai obsoleta e con una serie di abbreviazioni non sempre di immediata comprensione e dai caratteri talvolta enigmatici, esercita ancora oggi tutta la sua forza evocativa.

Questo tipo di considerazioni ed altre ancora, ma anche nobili motivazioni di carattere culturale e soprattutto l’amore e l’interesse nei confronti della storia più antica del proprio paese hanno acceso l’entusiasmo di un gruppo di ricercatori degli Amici dell’Arte di Sant’Eufemia della Fonte. La loro paziente e attenta opera di ricognizione delle testimonianze epigrafiche latine emerse dal territorio di Sant’Eufemia li ha portati, con loro dichiarata grande sorpresa, a rintracciare ben 25 testimonianze epigrafiche che meritano sicuramente un momento di riflessione.

Il primo dato che possiamo sottolineare è quello legato alla materia prima utilizzata per dare forma al supporto, vale a dire il MONUMENTO (dal latino monēre =  far ricordare, ammonire e manēre = stare, perdurare), che ha accolto il testo epigrafico; si tratta infatti di blocchi di pietra provenienti dalla vicinissime cave di Botticino. Tutte le epigrafi che ci sono pervenute risultano quindi realizzate su un tipo di un materiale edilizio che i Romani conoscevano assai bene e che era molto apprezzato per il colore bianco, oltre che per la sua resistenza abbinata alla duttilità di lavorazione, tanto che in questa pietra calcarea sono stati costruiti i maggiori monumenti pubblici di Brixia e la stragrande maggioranza delle iscrizioni provenienti dalla città e dalla provincia è stata incisa sui candidi blocchi estratti anch’essi dalla zona di Botticino.

Per quanto concerne la forma del monumento iscritto documentata dai ritrovamenti di Sant’Eufemia siamo di fronte ad una notevole omogeneità tipologica: si tratta infatti in maggior parte di are con terminazione a pulvino, molto diffuse sia come ex voto da dedicare alle divinità sia come pio e mesto ricordo eretto in memoria dei defunti. Specialmente le iscrizioni funerarie sono per noi oggi una fonte estremamente ricca di dati perché consentono di stabilire, tra l’altro, il rango sociale dei personaggi citati, il loro status giuridico (se cioè erano cittadini romani a pieno diritto) ed eventuali gradi di parentela, anche con persone ricordate in altre epigrafi (quindi è possibile ricostruire l’albero genealogico di alcune famiglie particolarmente importanti come quella dei Nonii Arrii).

Ma se i materiali di tipo funerario presentano una fisionomia assolutamente tipica per la Cisalpina romana e compatibile con la restante documentazione lapidea della città e della provincia, un cenno particolarissimo meritano invece le iscrizioni sacre con dedica a Mercurio. Il loro numero, ben dodici (su un totale di 25), la qualità e l’eleganza dell’impaginazione testuale, l’elevato ceto sociale di alcuni fra i dedicanti, la concentrazione della loro scoperta a est dell’attuale abitato hanno fatto ipotizzare l’esistenza di un luogo di culto dedicato a Mercurio. In stretta connessione al santuario, proprio in considerazione dell’elevato numero di epigrafi e dell’omogeneità del prodotto finito, si ipotizza vi fosse la sede anche di una bottega artigiana, specializzata nella realizzazione di ex voto con dedica a Mercurio. Questa divinità risulta particolarmente venerata a Brixia, come testimoniano tante altre iscrizioni e i numerosi bronzetti romani che lo raffigurano rinvenuti a più riprese in città, forse perché il suo culto si era sovrapposto senza soluzione di continuità a quello del dio celtico Teutates, anch’esso ritenuto inventore delle arti, guida sicura durante i viaggi, protettore dei guadagni e dei commerci.

L’ipotesi che a Sant’Eufemia, lungo l’antica strada che collegava Brixia a Verona, esistesse un luogo sacro di tipo e proporzioni monumentali sembra essere quasi una certezza se leggiamo con attenzione quanto orgogliosamente afferma di sé Primio(ne ?) figlio di Cariassi (Tav. IX). Sul lato liscio di un imponente architrave, infatti, si legge che egli ha donato a Mercurio un luogo di culto, con tanto di statua, e l’ha costruito su un terreno di sua proprietà. L’onomastica del personaggio tradisce la sua origine gallica e l’assenza dei tria nomina indica che costui non godeva della piena cittadinanza, pur tuttavia aveva potuto accumulare non poche ricchezze se, nel corso del I secolo d.C., era stato in grado di innalzare una struttura così articolata e imponente in onore del dio. Questo santuario suburbano dovette godere di notevole fama perché fra le dediche votive spicca quella di M(arcus) Nonius Arr(ius) Paulinus Aper, esponente di spicco di una delle famiglie di rango senatorio e certo la più illustre della città (Tav. XIII).

Purtroppo ancora oggi mancano i riscontri sicuri per un monumento di tale rilevanza e ancora lontane sono le certezze derivanti da indagini archeologiche scientificamente ben condotte: solo così quella che consideriamo un’ipotesi affascinante potrebbe dimostrarsi una concreta, bella realtà. Lo sforzo di noi tutti è quello di sollecitare l’interesse e l’attenzione verso questo tipo di ricerche e iniziative come quella degli Amici dell’Arte sono assolutamente meritorie perché aumentano nei concittadini la consapevolezza che quanto già si è scoperto è indizio significativo di nuove e importanti scoperte.

La tutela e della valorizzazione del nostro patrimonio culturale non possono che trarre linfa vitale da occasioni come questa.»

 Pierfabio Panazza

 
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